I bamboccioni dei call center

Curiosando tra le notizie di oggi..

Mi fermo a leggere l’articolo di Enrico Arbau pubblicato da CagliariPad, il titolo:

“I call center svezzano i bamboccioni nel mondo del lavoro”

 (http://www.cagliaripad.it/it/news/luglio/26/call-center/)

La prima cosa a cui penso è al lavoro e al suo significato.

Oggi voglio volare alto, ricordare e ricordarmi che:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro(Art. 1 della Costituzione)

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (Art. 4 Costituzione)

 

E poi voglio tornare con i piedi per terra, al lavoro dei call center descritto da Enrico Arbau.

Ho usato la parola lavoro, sì lo so.. perché non è lavoro?

Forse che la mancanza di requisiti e competenze tecniche specifiche lo rende meno dignitoso di altri lavori?

Avere o non avere una laurea, leggere, scrivere, saper parlare un italiano fluente e corretto fanno parte del bagaglio culturale personale, non richiesti come titoli indispensabili per il lavoro in oggetto ma sempre e comunque fondamentali.

Sorrido nella lettura dell’articolo, quasi che fosse una colpa lavorare in un call center.

Chiuse le fabbriche aprono i call center, basta dare uno sguardo agli annunci di offerte di lavoro per rendersi conto che sono centinaia quelle di ricerca di operatori telefonici.

Quali sono i requisiti richiesti?

Buona dialettica, predisposizione al lavoro di gruppo, serietà e determinazione.

Qual è la proposta contrattuale tipica?

Un contratto a progetto nella forma, nella sostanza è “se fai contratti guadagni, sennò sei fuori”.

L’azienda chiede che il bamboccione stia seduto per sei ore nella sua postazione (nella maggior parte dei casi ci si trova di fronte ad una sorta di formicaio umano con postazioni addossate l’una all’altra) a vendere qualcosa.

Le sue armi del mestiere sono un paio di cuffie con microfono.

Il bamboccione chiede: “Posso andare in bagno?” al proprio responsabile (il tutor-tonto di cui scrive Enrico Arbau).

Perché puoi andare in bagno o assentarti da lavoro soltanto se non c’è nessun altro collega assente. Ma questo fatto non è drammatico in se stesso, se non fosse che si tratta di contratto a progetto.

Mi piace ricordarmi e ricordare a Enrico Arbau, e a tutti coloro che hanno la bontà di leggermi che il contratto a progetto è un tipo di contratto di lavoro disciplinato in Italia dal D. Lgs. n. 276/2003 (cosiddetta Legge Biagi) dove il rapporto di collaborazione tra azienda e lavoratore deve essere subordinato ad un progetto, appunto, un programma di lavoro fissato e conosciuto dalle parti finalizzato al raggiungimento di un risultato.

Data la natura di questa tipologia contrattuale non sussiste un vero e proprio vincolo di subordinazione del lavoratore all’azienda: pur nella necessità di un costante coordinamento con il datore di lavoro, quindi, il collaboratore è autonomo a tutti gli effetti, vincolato al risultato e non a specifici orari o luoghi dove prestare la propria opera. Il lavoratore con contratto a progetto non può quindi essere considerato in alcun modo un dipendente, perché la prestazione svolta è a livello personale e non di inquadramento gerarchico.

Mi chiedo cosa ci faccia un tutor-tonto (come lo definisce Enrico Arbau), o meglio un Team Leader come lo definisco io, in un call center considerato che non è ammesso un inquadramento gerarchico del lavoratore.

In alcuni call center si possono trovare dei fogli A4 appesi al muro con le “cose da fare e non fare”, tipo: divieto di utilizzo del proprio cellulare durante l’orario di lavoro.

Orrore se il bamboccione aspira a essere un lavoratore dipendente a tutti gli effetti, con tutti i diritti che ne derivano (contributi, ferie, malattia, licenziamento, gravidanza) secondo la disamina di Arbau.

In effetti orrore, non perché aspira ad esserlo.. ma perché già lo è ma non ha alcun diritto di esserlo.

Voglio chiudere con le parole scritte da Arbau:

 “I call center svezzano, sculacciano, raddrizzano la schiena di ragazzi molli e viziati, cresciuti a paghette generose senza mai meritarsi un centesimo”.

 

Non le commento, non c’è necessità.

Prendo le mie cuffie con microfono e vado a lavoro..

Il Disobbediente1 – © 26.07.2012

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One thought on “I bamboccioni dei call center

  1. Eppure,al sig Arbau, gliela farei fare una settimana di call-center stile ‘carne-da-macello’ con telefonate a trento e merano per vendere ai nostri connazionali che ti rispondono in tedesco e non sanno dove sta la sardegna rispetto all’austria, abbonamenti a tiscali…con una putt-tutor ungulata, ombrettata e rossettata che ti urla nell’orecchio libero da cuffiette ‘NON ABBASSARE SE NON CHIUDI IL CONTRATTO EH!…si si..gliela farei fare!

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