Il reato di tortura in Italia, una priorità da 25 anni

Era il 10 dicembre 1984 quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York adottava la

“Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”

Poi entrata in vigore il 27 giugno 1987.

Nell’articolo1 della Convenzione c’è la definizione di tortura:

Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate.

In quanto Stato firmatario avremmo dovuto introdurre il reato di tortura nel nostro diritto stabilendone la sua punibilità, a norma di quanto sottoscritto nell’articolo2 e articolo4:

Ogni Stato Parte prende provvedimenti legislativi, amministrativi giudiziari ed altri provvedimenti efficaci per impedire che atti di tortura siano compiuti in un territorio sotto la sua giurisdizione.

Ogni Stato Parte provvede affinché qualsiasi atto di tortura costituisca un reato a tenore del suo diritto penale. Lo stesso vale per il tentativo di praticare la tortura o per qualunque complicità o partecipazione all’atto di tortura.

 

L’Italia è un paese che pondera le proprie decisioni, che discute democraticamente in sede parlamentare, che valuta la legittimità dei provvedimenti legislativi; nessuno stupore se intanto sono passati 28 anni dalla firma della Convenzione.

 

Già, nessuno stupore se non fosse che, nel mentre che si discute ancora oggi sulle virgole di una legge che introduca il reato di tortura, accade che..

 

La notte del 25 settembre 2005  Federico Aldrovandi decise di tornare a casa a piedi dopo aver trascorso la serata al locale Link di Bologna. Durante la nottata il giovane assunse sostanze stupefacenti (si tratta comunque di “quantità irrisorie e sufficienti a procurare uno sballo leggero e di breve durata“) e alcol. Nei pressi di viale Ippodromo a Ferrara circolava, in quegli stessi minuti, la pattuglia “Alfa 3” con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri. Quest’ultimi descrivono l’Aldrovandi come un “invasato violento in evidente stato di agitazione“, sostengono di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente” e chiedono per questo i rinforzi. Dopo poco tempo arriva in aiuto la volante “Alfa 2”, con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Lo scontro tra i quattro poliziotti e il giovane diventa molto violento (durante la colluttazione due manganelli si spezzano) e porta quest’ultimo alla morte, sopraggiunta per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti.

Alle 6.04 la prima pattuglia richiedeva alla propria centrale operativa l’invio di un’ambulanza del 118, per un sopraggiunto malore. Secondo i tabulati dell’intervento, alle 6.10 arrivò la chiamata da parte del 113 a Ferrara Soccorso, che inviò sul posto un’ambulanza ed un’automedica, giunte sul posto rispettivamente alle 6.15 ed alle 6.18.

All’arrivo sul posto il personale del 118 trovava il paziente “riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena […] era incosciente e non rispondeva”. L’intervento si concluse, dopo numerosi tentativi di rianimazione cardiopolmonare, con la constatazione sul posto della morte del giovane, per “arresto cardio-respiratori e trauma cranico-facciale”.

Il 21 giugno 2012 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione dei 4 poliziotti, Paolo Forlani, Monica Segatti, Enzo Pontani e Luca Pollastri, per l’omicidio colposo del giovane. Gli agenti sono stati, dunque, riconosciuti responsabili di omicidio colposo, perché, dalle ricostruzioni investigative, hanno ecceduto nell’uso della forza. Federico, come emerso dalle sentenze di merito, è morto per un arresto cardiaco a seguito del pestaggio da parte dei poliziotti, e non riferibile, in alcun modo, all’assunzione di droghe. I poliziotti non sconteranno il carcere poiché gran parte della loro pena è coperta da indulto, ma nei loro confronti verrà inflitta una sanzione disciplinare e non è escluso il licenziamento.

 

Sono le 21.30 di giovedì 30 giugno 2011 quando alcuni inquilini di Via Varsavia allertano la polizia per schiamazzi. Davanti alla saracinesca del bar Miniera Michele Ferrulli con due amici rumeni sta bevendo birra con la musica del suo furgone bianco a tutto volume.
Gli agenti riferiscono che alla richiesta dei documenti Ferrulli abbia reagito in maniera talmente aggressiva che hanno dovuto immobilizzarlo con le manette. In quel momento l’uomo si accascia. Si sente male. Arriva il 118 e lo trasporta al Policlinico di San Donato. La scheda di accettazione al pronto soccorso parla di un paziente in grave stato di anossia, in arresto cardiocircolatorio dopo colluttazione con la polizia. Alle 23.50 viene dichiarato morto.

Secondo Emilian Nicolae, uno dei due amici rumeni con cui Ferrulli stava bevendo, l’uomo è stato picchiato, anche con il manganello. E’ caduto a terra, a faccia in giù e lo sentiva chiedere aiuto.

Il 19 aprile 2012 si concludono le indagini da parte della Procura di Milano sulla morte di Michele Ferrulli. Secondo i Pm i poliziotti della volante intervenuti quella sera eccederono nell’uso della forza picchiando ripetutamente l’uomo anche quando era già a terra in condizioni critiche. Secondo l’accusa dunque i capi di imputazione per i quattro poliziotti presenti alla colluttazione sono di omicidio colposo e falso ideologico commesso da pubblico ufficiale.

 

Il 15 ottobre 2009  Stefano Cucchi venne trovato in possesso di alcuni grammi di hashish, cocaina e antiepilettici (il giovane era epilettico), in conseguenza di questo venne decisa la custodia   cautelare, in questa data il giovane non aveva alcun trauma fisico e pesava 43 chilogrammi (per 176 cm di altezza). Il giorno dopo venne processato per direttissima, già durante il processo aveva difficoltà a camminare e a parlare, inoltre aveva degli ematomi evidenti agli occhi, il giovane parlò con suo padre pochi attimi prima dell’udienza ma non gli disse di essere stato picchiato. Nonostante le precarie condizioni del giovane, il giudice stabilì un nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo e stabilì che il giovane avrebbe dovuto rimanere in custodia cautelare al Regina Coeli.

Dopo l’udienza le condizioni del giovane peggiorarono ulteriormente, e venne visitato all’ospedale Fatebenefratelli presso il quale vennero messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una rottura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale). Venne quindi richiesto il suo ricovero che però venne rifiutato dal giovane stesso. In carcere le sue condizioni peggiorarono ulteriormente e morì all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009, in tale data Cucchi pesava 37 chilogrammi.

Dopo la prima udienza i familiari di Stefano Cucchi cercarono a più riprese di vedere, o perlomeno conoscere le sue condizioni fisiche, senza successo. La famiglia venne a conoscenza delle condizioni fisiche di Cucchi quando un ufficiale giudiziario venne a casa loro per chiedere l’autorizzazione all’autopsia.

Il processo vede imputati vede imputati i medici Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti e Flaminia Bruno, nonché gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe, e gli agenti della polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici. A vario titolo e a seconda delle posizioni, sono accusati di favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d’ufficio, falsità ideologica, lesioni ed abuso di autorità.

 

È il 14 giugno 2008 in provincia di Varese. Due quarantenni decidono di movimentare la serata con una piccola bravata: transennare un tratto di strada per chiuderla al traffico. Destino vuole che in quel momento passi di lì una pattuglia dei Carabinieri. I due militari scendono dall’auto e si rivolgono minacciosamente a uno dei due giovani: Giuseppe Uva.

L’altro, Alberto Biggiogero, cerca di giustificare l’accaduto, ma uno dei due Carabinieri gli dice che delle transenne non gliene frega nulla, e che quella sera stavano cercando proprio Uva. Viene colpito da uno schiaffo, mentre Pino, come lo chiamavano amici e parenti, viene sbattuto dentro la macchina e portato nella caserma di via Saffi. Da lì a poco, ciò che sembrava un normale fermo, si trasformerà in un incubo.

Alberto, abbandonato in una stanza della caserma, sente delle grida di dolore provenire da un’altra vicino: capisce che si tratta di Giuseppe, e non potendo chiedere aiuto alle stesse forze dell’ordine chiama il 118 col suo cellulare. “Posso avere un’autolettiga qui alla Caserma di Via Saffi?… stanno massacrando un ragazzo” dall’altra parte del telefono l’incredulità e lo stupore dell’operatore che, dopo aver rassicurato Biggiogero, riattacca, e rialza la cornetta, questa volta per chiamare gli stessi Carabinieri: “Carabinieri?, salve,è il 118. Mi hanno richiesto un’ambulanza lì da voi, me lo conferma?” Sessanta secondi di silenzio, e il militare risponde che lì non hanno bisogno di alcun intervento medico. Poche ore dopo saranno gli stessi Carabinieri a richiedere al 118 un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio):“è uno molto violento e agitato, si chiama Uva Giuseppe”.

Il 14 giugno 2008 Giuseppe Uva morì presso l’ospedale Circolo di Varese, dove era ricoverato in seguito a un trattamento sanitario obbligatorio.

Il 23 aprile 2012 il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Varese, Orazio Muscato, ha assolto l’unico imputato di quel procedimento, lo psichiatra Carlo Fraticelli, “perché il fatto non sussiste”. A quattro anni dalla morte di Uva, dunque, la giustizia italiana non è stata ancora in grado di indicare il nome di un colpevole.

 

La sanguinosa irruzione nella Scuola Diaz avvenne nella notte del 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, quando la città era già stata sconvolta dalla guerriglia urbana e dalla morte del giovane Carlo Giuliani.

Nella scuola, individuata dal Comune nella zona di levante per ospitare i no-global del Genoa Social Forum durante il summit dei G8, l’irruzione della polizia avvenne in piena notte, mentre diversi ospiti dormivano. Alcuni di loro, tra i quali numerosi stranieri, riposavano nei sacchi a pelo stesi nella palestra della scuola. Quello che accadde quella notte fu definito un «massacro» dal pm Francesco Cardona Albini nella sua requisitoria nel processo di primo grado. Furono oltre 60 le persone ferite e 93 gli arrestati per i disordini in città, e che poi furono prosciolti.

In quella circostanza furono sequestrate due bottiglie molotov che, secondo l’accusa, furono portate all’interno della scuola per giustificare gli arresti. Le immagini dei volti feriti, del sangue nei locali devastati della scuola fecero il giro del mondo. Lo stesso Michelangelo Fournier, all’epoca vice dirigente del reparto mobile di Roma, uno degli imputati, quando depose al processo, definì la scena che si trovò davanti una «macelleria messicana».

Le indagini dei pm Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona sulle lesioni, sugli arresti arbitrari e sulla vicenda delle molotov, si conclusero con il rinvio a giudizio di 29 poliziotti tra alti dirigenti, funzionari e capisquadra. I pm contestarono, a vario titolo, i reati di violenza privata, lesioni, abuso d’ufficio, falso, calunnia. In primo grado furono 13 le condanne e 16 le assoluzioni. Le persone assolte furono praticamente i vertici della catena di comando.

Il 18 maggio la Corte d’appello di Genova ribaltò la sentenza condannando anche i vertici della Polizia. Furono 25 le condanne. Tra i vertici di polizia che erano stati assolti in primo grado e poi condannati in appello, figurano il capo del Dipartimento centrale anticrimine Francesco Gratteri, l’ex vicedirettore dell’Ucigos Giovanni Luperi, il capo del Servizio Centrale Operativo Gilberto Caldarozzi che allora era vice dello stesso servizio, Spartaco Mortola, ex dirigente della Digos di Genova e Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto mobile di Roma.

In primo grado i due pm avevano chiesto 29 condanne per un ammontare complessivo di 109 anni e nove mesi di carcere. In appello il pg Pio Macchiavello aveva chiesto oltre 110 anni. Alle udienze è stato sempre presente Mark Covell, il giornalista inglese che finì in coma per i calci e i pugni alla testa, la prima persona che i poliziotti incontrarono all’esterno della scuola.

Il 6 luglio 2012 arriva la sentenza della Corte di Cassazione: tra i condannati per i falsi verbali ci sono alti funzionari della Polizia di Stato. Le accuse per lesioni a carico dei celerini sono andate in prescrizione, per tutti i 25 poliziotti condannati c’è il condono di tre anni, nessuno andrà in galera insomma. La pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni colpisce però alti dirigenti della polizia, in pratica i vertici del corpo.

 

Ma nonostante tutto ciò nel Bel Paese si discute ancora delle virgole, infatti nonostante sia finalmente in discussione al senato una legge per introdurre il reato di tortura nel codice penale, il 14 giugno 2012 il deputato Felice Casson (PD), relatore del DDL, dichiara che:

“C’è uno scontro molto forte tra culture di destra e di sinistra – non partiti, ma culture sì -, che è venuto fuori in maniera evidente anche in commissione, sulla necessità di tutelare dai comportamenti violenti persone sottoposte a limitazione della libertà personale. Ci sono stati una serie di interventi che contestavano la necessità e l’impostazione del delitto di tortura, per esempio del senatore Giovanardi («si rischierebbe di sanzionare anche alcuni interrogatori pressanti svolti dalle forze dell’ordine»), di Benedetti Valentini («Perplessità nella parte in cui si configura quale reato teleologicamente qualificato») o dell’ex prefetto Serra («l’ipotesi di sanzionare colui che cagiona sofferenze psichiche rischierebbe di venire in rilievo anche nel caso di alcuni pressanti interrogatori delle forze dell’ordine»). C’è un problema delicato di raccordo tra le varie posizioni politiche ma credo che bisogna andare avanti nella discussione e nell’approvazione. A fine mese si potrebbe arrivare al voto sul testo in commissione, poi andrà in Aula. Cercheremo di farlo calendarizzare in tempi brevi perché lo riteniamo una priorità”.

 

Una priorità che aspettiamo da 25 anni.

 

Il 4 luglio 2012  Paolo Gonnella, Presidente di Antigone, scrive in un suo articolo:

“Non è facile spiegare perché le istituzioni italiane facciano resistenza ogniqualvolta si tenti di criminalizzare la tortura. Non è facile spiegare in termini giuridici perché non si copi fedelmente una definizione presente in un Trattato dell’Onu firmato e ratificato da mezzo mondo ma si tenti di cambiarne parole, contenuti e senso. L’unica spiegazione che ci si può dare è anche la più triste, ossia che l’intero apparato statale si trasforma in tali circostanze in un grande corpo unitario che punta alla propria invulnerabilità e immunità. Lo spirito di corpo ha impedito e impedisce tuttora che in Italia si persegua un delitto considerato crimine contro l’umanità per il diritto internazionale”.

Il 9 luglio 2012  Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia, ha inviato una lettera al ministro della Giustizia Paola Severino Di Benedetto:

“Assicurare l’attuazione della Convenzione in tutte le sue parti, inclusa quella fondamentale di introdurre il reato di tortura nel codice penale, è un preciso obbligo del governo italiano, sinora disatteso, con effetti pratici molto negativi che non hanno mancato di farsi sentire in processi in cui le responsabilità di funzionari e agenti dello stato erano soggette ad accertamento”.

 

La mia speranza è che non ci siano altri morti e altri familiari a piangere i loro cari nel mentre che i nostri politici discutono democraticamente le virgole del testo di legge sul reato di tortura, e che quelli che hanno già pianto i loro cari ottengano finalmente giustizia.

 

 

Il Disobbediente1 – © 11.07.2012

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