Il Presidente dell’Uruguay rinuncia al 90% dello stipendio

31 anni dopo la fondazione del partito Fronte Ampio , il neo eletto Presidente dell’ Uruguay pronuncia il suo primo discorso:

“Non ci sono né vincitori né vinti, Popolo, dovresti essere tu qua sopra e noi lì sotto ad applaudirti” e rivolgendosi ai suoi avversari politici:” Se tu sei allegro non vuole dire che ti devi permettere di offendere chi non lo è. Chiedo scusa da vecchio combattente , se a volte mi ha tradito la lingua. vi invito a sederci a parlare per ottenere quello che vogliamo nel futuro».

José Mujica, ex fioriaio ha scontato 15 anni di carcere per aver combattutto il regime del suo Paese, ed una volta diventato Presidente ha fatto quello che ci si aspetterebbe da una persona che ha a cuore il proprio Paese, fare gli stessi sacrifici richiesti ai cittadini.

E così, Pepe  soprannome con il quale ama farsi chiamare, ha rinunciato al 90% del proprio stipendio, mettendo a disposizione il surplus ad un fondo sociale che aiuta i suoi connazionali più poveri

Al Presidente dell’Uruguay restano in tasca 800 euro al mese dei 9.000 ai quali avrebbe diritto.

Vivere con 800 euro si può. E’ questa la risposta che ama dare a chi gli chiede come mai questa scelta, e aggiunge che ci sono persone, tra il suo popolo, che vivono con molto meno. Quest esempio è seguito anche dalla moglie del Presidente che rinuncia a gran parte della sua indennità da senatrice, per donarla ai poveri

Josè Mujica, che non ha conto in banca, annovera fra le sue proprietà solo una vecchia Volkswagen e abita in una modesta casa di periferia.

Non solo ha rinunciato al look in giacca e cravatta, ma anche alla scorta…

Di qualche mese fa la sua proposta di legalizzare l’uso, la vendita e la produzione di marijuana.

Dopo 3 anni dal discorso di insediamento, JoSé Mujica, al summit di Rio pronuncia un altro importante discorso:

Autorità presenti di tutte le latitudini e organismi, grazie mille. Grazie al popolo del Brasile e alla sua Sra. Presidentessa, Dilma Rousseff. Mille grazie alla buona fede che, sicuramente, hanno presentato tutti gli oratori che mi hanno preceduto.

Esprimiamo la profonda volontà come governanti di sostenere tutti gli accordi che, questa, nostra povera umanità, possa sottoscrivere.
Comunque, permettetteci di fare alcune domande a voce alta. Tutto il pomeriggio si è parlato dello sviluppo sostenibile. Di tirare fuori le immense masse dalle povertà.

Che cosa passa nella nostra testa? L’attuale modello di sviluppo e di consumo delle società ricche?

Mi faccio questa domanda: che cosa succederebbe al pianeta se gli indù in proporzione avessero la stessa quantità di auto per famiglia che hanno i tedeschi?

Quanto ossigeno resterebbe per poter respirare? Più chiaramente: Ha oggi  il Mondo gli elementi materiali per rendere possibile che 7 o 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso grado di consumo e sperpero che hanno le più opulente società occidentali? Sarebbe possibile tutto ciò?

O dovremmo sostenere un giorno, un altro tipo di discussione?

Perché abbiamo creato questa civilizzazione nella quale viviamo: figlia del mercato, figlia della competizione e che ha portato un progresso materiale portentoso ed esplosivo. Ma l’economia di mercato ha creato societá di mercato. E ci ha rifilato questa globalizzazione.

Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa??? E’ possibile parlare di solidarietà e dello stare tutti insieme in una economia basata sulla competizione spietata? Fino a dove arriva la nostra fraternità?

Non dico queste cose per negare l’importanza di quest’evento. Ma al contrario: la sfida che abbiamo davanti è di una magnitutine di carattere colossale e la grande crisi non è ecologica, è politica!

L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma queste forze governano l’uomo … E la vita!

Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente, cosí, in generale.
 

Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la societá di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi. Ma questo iper consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta.

Però loro devono generare questo iper consumo, producono le cose che durano poco, perché devono vendere tanto. Una lampadina elettrica, quindi, non puó durare piú di 1000 ore accesa. Però esistono lampadine che possono durare 100mila ore accese!

Ma questo non si può fare perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere una civilizzazione dell’usa e getta, e cosí rimaniamo in un circolo vizioso.

Questi sono problemi di carattere politico che ci stanno indicando che è ora di cominciare a lottare per un’altra cultura.

Non si tratta di immaginarci il ritorno all’epoca dell’uomo delle caverne, né di avere un monumento all’arretratezza. Peró non possiamo continuare, indefinitamente, governati dal mercato, dobbiamo cominciare a governare il mercato.

Per questo dico, nella mia umile maniera di pensare, che il problema che abbiamo davanti è di carattere politico. I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: “povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più”.

Questa è una chiave di carattere culturale.

Quindi, saluterò volentieri lo sforzo e gli accordi che si fanno. E li sosterrò, come governante.

So che alcune cose che sto dicendo, stridono. Ma dobbiamo capire che la crisi dell’acqua e dell’aggressione al medio ambiente non è la causa.

La causa è il modello di civilizzazione che abbiamo montato.
E quello che dobbiamo cambiare è la nostra forma di vivere!
Appartengo a un piccolo paese molto dotato di risorse naturali per vivere. Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti. Ma ci sono anche 13 milioni di vacche, delle migliori al mondo. E circa 8 o 10 milioni di meravigliose pecore. Il mio paese è un esportatore di cibo, di latticini, di carne. E’ una semipianura e quasi il 90% del suo territorio è sfruttabile.

I miei compagni lavoratori, lottarono tanto per le 8 ore di lavoro. E ora stanno ottenendo le 6 ore. Ma quello che lavora 6 ore, poi si cerca due lavori; pertanto, lavora piú di prima. Perché? Perché deve pagare una quantità di rate: la moto, l’auto, e paga una quota e un’altra e un’altra e quando si vuole ricordare … è un vecchio reumàtico – come me  e la vita gli è già passata davanti”

E allora uno si fa questa domanda: èquesto il destino della vita umana?

Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare.

Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità!

Quando lottiamo per il medio ambiente, dobbiamo ricordare che il primo elemento del medio ambiente si chiama felicità umana!”

Il Disobbediente2 – © 16.07.2012

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6 thoughts on “Il Presidente dell’Uruguay rinuncia al 90% dello stipendio

  1. Una persona di gran coraggio e gran cuore! Una persona che ha lottato, che ha provato di persona cosa vuol dire lavorare veramente! Ci vuol coraggio a compiere un gesto del genere, in quanto sarà si sostenuto dal popolo che immancabilmente lo amerà e lo adorerà, ma non credo che sarà sostenuto e amato allo stesso modo da chi “dice” di governare il proprio paese in modo onesto e civile. Non li chiamo neanche più politici. La vera politica ha tutto un’altro significato, ben lontano da quello che stiamo vivendo oggi giorno! Pepe, ha tutta la mia ammirazione! Peccato non avere un idolo così anche qui!

  2. Pingback: L’unica politica che ci interessa | Kelebek Blog

  3. bel discorso ma penso che ci sia qualche piccola inesattezza nella traduzione “medio ambiente” in spagnolo e’ semplicemente l’ambiente (o “l’ambiente naturale”)

  4. Pingback: L’unica politica che ci interessa | Informare per Resistere

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