Sulla pena di morte

“Questa inutile prodigalità di supplizi, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo di tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’ altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera?”

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Cesare Beccaria – “Dei delitti e delle pene” (1764)

 


La pena di morte nel 2011, dal rapporto di

Amnesty International

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LA PENA DI MORTE NEL MONDO

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Almeno 676 persone sono state messe a morte in 20 paesi. La maggior parte delle esecuzioni è avvenuta in Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Iran, Iraq, Somalia, Usa e Yemen. La Cina ha messo a morte più persone che il resto del mondo messo insieme. La reale estensione dell’uso della pena capitale in Cina è sconosciuta poiché i dati sono considerati segreto di stato. Nel Medio Oriente il numero di esecuzioni confermate è aumentato di quasi il 50 per cento. Rispetto al 2010, sono state messe a morte almeno 149 persone in più. La causa è l’incremento di esecuzioni in paesi come l’Arabia Saudita, l’Iran e l’Iraq. Soltanto 20 paesi su 198 hanno eseguito condanne a morte nel 2011. Più di un terzo di meno rispetto a una decade fa (31 paesi nel 2002).

Al 31 dicembre 2011, sono 140 i paesi che hanno abolito la pena di morte per legge o nella pratica, più di due terzi al mondo. In 33 paesi ci sono state commutazioni e grazie di sentenze capitali. Nel 2010 questo è avvenuto in 19 paesi.

Alla fine del 2011, almeno 18.750 persone sono rinchiuse nei bracci della morte in tutto il mondo.

La pena di morte è stata usata per punire l’adulterio e la sodomia in Iran, reati religiosi quali l’apostasia in Iran e la blasfemia in Pakistan, così come la “stregoneria” in Arabia Saudita, il traffico di resti umani nella Repubblica del Congo e per reati connessi al traffico di droga in più di dieci paesi.

In violazione del diritto internazionale, almeno tre persone sono state messe a morte in Iran per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Nella maggioranza dei paesi dove le persone sono condannate e messe a morte, i procedimenti giudiziari non rispettano gli standard internazionali sul giusto processo.

In paesi come l’Arabia Saudita, la Bielorussia, la Cina, la Corea del Nord, l’Iran e l’Iraq le “confessioni” sono estorte sotto tortura o maltrattamenti.

Gli imputati di nazionalità straniera sono maggiormente a rischio di essere condannati a morte in paesi quali l’Arabia Saudita, la Cina, la Malesia, Singapore e la Thailandia. In Bielorussia, Giappone e Vietnam i detenuti nel braccio della morte, i loro familiari e gli avvocati non sono informati dell’imminente esecuzione.

Esecuzioni in pubblico sono avvenute in Arabia Saudita, Corea del Nord, Iran e Somalia.

I parlamenti del Benin e della Mongolia hanno approvato un disegno di legge per la ratifica del Protocollo delle Nazioni Unite per l’abolizione della pena di morte.

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SVILUPPI REGIONALI

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AFRICA

Nell’Africa sub sahariana sono state eseguite condanne a morte in Somalia, Sudan e Sudan del Sud. La Sierra Leone ha istituito una moratoria ufficiale sulle esecuzioni; in Nigeria è stata confermata.

AMERICHE

Gli Usa sono stati l’unico paese del continente americano ad aver eseguito condanne a morte. Le esecuzioni negli Usa sono in diminuzione: 43 nel 2011, 46 nel 2010 e 71 nel 2002. Negli Usa sono state emesse 78 sentenze capitali. Il dato rappresenta un forte declino dell’uso della pena di morte se confrontato con la media di 280 condanne a morte per anno emesse tra il 1980 e il 1990. Dal 1973 sono 140 le persone rilasciate dal braccio della morte statunitense perché innocenti. Negli Usa l’Illinois è diventato il 16° stato ad aver abolito la pena di morte e una moratoria sulle esecuzioni è stata annunciata in Oregon. Con la sola eccezione di almeno sei nuove condanne a morte in Guyana, St. Lucia e Trinidad e Tobago, l’America del Sud e i Caraibi, nel 2011, sono stati una zona libera dalla pena capitale.

ASIA E PACIFICO

Con l’eccezione di cinque nuove condanne a morte in Papua Nuova Guinea, la regione del Pacifico è rimasta libera dalla pena capitale. Nessuna esecuzione è stata registrata in Giappone, per la prima volta in 19 anni, e a Singapore. In Cina le autorità hanno eliminato la pena di morte per 13 reati, principalmente reati finanziari, tuttavia queste modifiche hanno anche aggiunto almeno due nuovi reati capitali. A Taiwan le autorità hanno eliminato la pena di morte dal codice militare per una serie di reati inclusi il traffico di armi, il rapimento e la contraffazione di banconote.

EUROPA

La Bielorussia è stato l’unico paese in Europa e nell’ex Unione Sovietica ad aver eseguito condanne a morte nel 2011. La Lettonia ha abolito la pena di morte per tutti i reati diventando il 97° paese al mondo ad aver fatto questo il 1° gennaio 2012.

MEDIO ORIENTE E AFRICA DEL NORD

Quattro paesi (Arabia Saudita, Iran, Iraq e Yemen) hanno eseguito il 99 per cento delle condanne a morte nel Medio Oriente. Amnesty International ha ricevuto resoconti affidabili di un alto numero di esecuzioni non confermate in Iran, eseguite in segreto, che raddoppierebbero il numero delle esecuzioni ufficialmente riconosciute.

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La storia di Okunishi Masaru,

40 anni nel braccio della morte in Giappone

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Una sera di marzo del 1961, nel villaggio giapponese di Kuzuo, Masaru Okunishi, un contadino di trent’anni, partecipava a una manifestazione al Centro della comunità locale. Tra gli invitati c’erano sua moglie e la sua amante. Alle donne fu servito del vino che Okunishi Masaru aveva portato. Gli uomini bevevano sakè e tutti insieme brindavano a futuri successi. Ma improvvisamente qualcosa andò storto. Dopo uno o due bicchieri di vino, la moglie di Okunishi, la sua amante e altre tre donne improvvisamente si sentirono male. Nella disperazione generale fu chiamato un medico ma le cinque donne morirono poco dopo. Altre dodici donne furono coinvolte nella vicenda. La domenica successiva, il contadino fu portato alla stazione locale di polizia. Durante i cinque giorni ininterrotti di interrogatorio non fu presente nessun avvocato e alle prime ore del 3 aprile la polizia costrinse con la forza Masaru a confessare. L’uomo venne così accusato ufficialmente dell’omicidio delle cinque donne. Le indagini hanno dimostrato che il vino era stato alterato con prodotti chimici agricoli, ma nessuna prova ha determinato che Masaru avesse messo del veleno nel vino. Successivamente Masaru ha ritrattato la confessione, sostenendo di essere stato costretto a confessare con la forza. Nel 1964, la Corte distrettuale di Tsu ha assolto Okunishi per insufficienza di prove ma l’accusa si è appellata al verdetto. L’Alta corte di Nagoya ha quindi revocato la decisione della Corte inferiore condannandolo a morte nel 1969, decisione confermata dalla Corte suprema nel 1972. Oggi Okunishi si trova in isolamento nella prigione della città di Nagoya. Ha 80 anni e ha trascorso più di 45 anni in detenzione, 40 dei quali nel braccio della morte. I sei appelli che ha presentato, con la richiesta di un nuovo processo, sono stati respinti. Nell’aprile del 2005, l’Alta corte di Nagoya ha stabilito vi fosse la riapertura del processo a causa di nuove prove che avrebbero potuto dimostrare la sua innocenza. Successivamente, a dicembre 2006, a seguito dell’impugnazione dell’accusa, l’Alta corte di Nagoya ha rovesciato la propria decisione. La Corte suprema ha poi rinviato il caso all’Alta corte di Nagoya che ha ordinato, nell’ottobre del 2011, lo svolgimento di test sulle prove chimiche. Si attende adesso una decisione sulla richiesta di nuovo processo.

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Nel 2011 sono state emesse almeno 1.923 sentenze capitali in 63 paesi. Si tratta del dato minimo confermato dalla ricerca di Amnesty International e rappresenta un decremento rispetto al dato del 2010 dove le condanne a morte erano state 2.024.

Alla fine del 2011, almeno 18.750 persone sono rinchiuse nei bracci della morte in tutto il mondo. Questo dato è da considerarsi minimo ed è ottenuto sommando i valori parziali, dove disponibili, dei vari paesi.

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I seguenti metodi di esecuzione sono stati usati nel 2011: decapitazione (Arabia Saudita), fucilazione (Autorità Palestinese (Gaza), Bielorussia, Cina, Corea del Nord, Emirati Arabi Uniti, Somalia, Vietnam, Yemen), impiccagione (Afghanistan, Autorità Palestinese (Gaza), Bangladesh, Corea del Nord, Egitto, Iran, Iraq, Malesia, Sudan, Sudan del Sud) e iniezione letale (Cina, Taiwan, Usa). Nel 2011 non ci sono stati rapporti ufficiali di esecuzioni tramite lapidazione o di nuove condanne a morte tramite questo metodo. Tuttavia, si ritiene che condanne a morte siano state eseguite in pubblico in Arabia Saudita, Corea del Nord, Iran e Somalia.

La pena di morte è stata usata per punire reati connessi al traffico di droga in questi paesi: Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti, India, Indonesia, Iran, Malesia, Pakistan, Singapore, Thailandia e Yemen. Nel 2011 adulterio e sodomia (Iran), reati religiosi come apostasia (Iran) e blasfemia (Pakistan), “stregoneria” (Arabia Saudita), traffico di resti umani (Repubblica del Congo), reati finanziari (Cina), così come lo stupro (Arabia Saudita) e forme di rapina “aggravata” (Kenya e Zambia) sono stati tutti puniti con condanne a morte. Anche diverse forme di tradimento, atti contro la sicurezza nazionale e altri crimini contro lo stato (come, in Iran, il reato di “moharebeh”, comportamento ostile a Dio) sono stati puniti con la condanna a morte nei seguenti paesi: Autorità Palestinese, Corea del Nord, Gambia, Kuwait, Libano e Somalia. In Corea del Nord le sentenze capitali sono spesso imposte anche se il reato, secondo la legge nazionale, non è capitale.

Fonte: http://www.amnesty.it/index.html

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Sui metodi di esecuzione ancora in vigore

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FUCILAZIONE

Tempo di sopravvivenza: incerto

La sentenza viene eseguita da un fuciliere o da un plotone il cui numero varia da Paese a Paese (in alcuni è previsto che fra le armi dei fucilieri ve ne sia una caricata a salve). L’ufficiale che comanda il plotone ordina la scarica, quindi si avvicina al condannato per sparare il colpo di grazia, alla tempia o alla nuca.

IMPICCAGIONE

Tempo di sopravvivenza: 8-13 minuti

Il condannato viene fatto penzolare da una corda posta intorno al collo ed è ucciso dalla pressione esercitata dalla corda stessa contro il corpo, spinto verso il basso dalla forza di gravità. Lo stato di incoscienza e la morte sono provocati da lesione alla colonna vertebrale o da asfissia. Talora si rende necessario tirare le gambe del condannato. Sebbene privo di sensi, il corpo può avere degli spasmi ed il cuore può continuare a battere per alcuni minuti. Il condannato diventa cianotico, la lingua sporge in fuori, i bulbi oculari escono dalle orbite, vi è un solco alla cute del collo; ci sono inoltre lesioni vertebrali e fratture interne.

INIEZIONE LETALE

Tempo di sopravvivenza: 6-15 minuti

Fu introdotta in Oklahoma e Texas nel 1977, la prima esecuzione fu in Texas nel dicembre 1982. Viene introdotta per via endovenosa di una quantità chimica letale di un barbiturico ad azione rapida combinato con un agente paralizzante. Il cuore continua a battere per un periodo che può variare dai 6 ai 15 minuti; il condannato prima viene messo in uno stato di incoscienza e poi viene ucciso lentamente per paralisi respiratoria e successivamente per paralisi cardiaca. In Texas viene usata una combinazione di tre sostanze: un barbiturico che rende il prigioniero incosciente, una sostanza che rilassa i muscoli e paralizza il diaframma in modo da bloccare il movimento dei polmoni e un’altra che provoca l’arresto cardiaco. Si ritiene che questo sia il metodo di esecuzione più umano, invece possono esserci anche gravi complicazioni: l’uso prolungato di droghe per via endovenosa da parte del prigioniero può comportare la necessità di andare alla ricerca di una vena più profonda per via chirurgica; se il prigioniero si agita, il veleno può penetrare in un’arteria o in una parte di tessuto muscolare e provocare dolore; se le componenti non sono ben dosate o si combinano tra loro in anticipo sul tempo previsto, la miscela si può inspessire, ostruire le vene e rallentare il processo; se il barbiturico anestetico non agisce rapidamente il prigioniero può essere cosciente mentre soffoca o mentre i suoi polmoni si paralizzano.

LA SEDIA ELETTRICA

Tempo di sopravvivenza: 10 minuti

Fu introdotta negli USA nel 1888. Il condannato viene legato ad una sedia di legno ancorata al suolo e isolata elettricamente. Tutto inizia 3 giorni prima, rinchiudendo il prigioniero in una cella speciale che affaccia sulla stanza dove è posto lo strumento di morte. Un faccia a faccia corrosivo che porta il prigioniero a morire ancor prima di morire fisicamente: si giunge quindi all’annullamento della persona. Vengono fissati elettrodi di rame inumiditi sulla testa, con una specie di elmetto di cuoio, e ad una gamba (che sono state rasate per assicurare una buona aderenza). Vengono quindi trasmesse a brevi intervalli potenti scariche elettriche: un elettricista, agli ordini del boia, immette la corrente per la durata di due minuti e diciotto secondi variando il voltaggio da 500 a 2000 volt, altrimenti il condannato brucerebbe (2000 volt). La morte è causata da arresto cardiaco e da paralisi respiratoria. Il procedimento procura effetti visibili devastanti: il prigioniero a volte balza in avanti trattenuto dai lacci, orina, defeca o vomita sangue, gli organi interni sono ustionati, si sente odore di carne bruciata. Benché lo stato di incoscienza dovrebbe subentrare dopo la prima scarica, in alcuni casi questo non accade: a volte il condannato è solo reso incosciente dalla prima scarica, ma gli organi interni continuano a funzionare, tanto da rendere necessarie ulteriori scariche. Sono numerosi e documentati i casi di condannati per i quali le scariche elettriche previste non sono state sufficienti a procurarne la morte e che pertanto hanno dovuto subire atroci torture prima di essere definitivamente stroncati da ulteriori e più potenti scariche.

CAMERA A GAS

Tempo di sopravvivenza: 8-10 minuti

Questo metodo di esecuzione fu introdotto negli USA negli anni ’20, ispirato dall’uso di gas venefici durante la prima guerra mondiale e dal largo impiego del forno come metodo di suicidio. Il prigioniero viene fissato ad una sedia in una camera stagna. Uno stetoscopio fissato al suo torace viene collegato a cuffie che si trovano nella stanza adiacente, dove stanno i testimoni, in maniera tale che un medico possa controllare il progredire dell’esecuzione; nella camera stagna viene quindi liberato gas cianuro che uccide il condannato. La morte avviene per asfissia: il cianuro inibisce l’azione degli enzimi respiratori che trasferiscono l’ossigeno dal sangue alle cellule del corpo. Lo stato di incoscienza può subentrare rapidamente, ma l’esecuzione durerà più a lungo se il prigioniero tenta di prolungare la propria vita trattenendo il fiato o respirando lentamente. Così come avviene con gli altri metodi di esecuzione, gli organi vitali possono continuare a funzionare per un breve periodo, a prescindere dal fatto che il prigioniero sia cosciente o meno.

LAPIDAZIONE

Tempo di sopravvivenza: sino a 4 ore

Il condannato viene solitamente sepolto nel terreno fino al collo, o bloccato in altri modi. La morte può essere causata da danni al cervello, da asfissia o da una combinazione di ferite. La persona può essere colpita più volte senza perdere conoscenza: di conseguenza la morte può essere molto lenta. Spesso la comunità assiste o partecipa alla lapidazione. È comminata prevalentemente nei casi di adulterio. Il codice penale iraniano descrive minuziosamente le modalità dell’esecuzione (“le pietre non devono essere così grandi da far morire il condannato col lancio di una o due di esse; non così piccole da non poter essere definite come pietre) e, a dimostrazione di una millenaria discriminazione, dispone che le donne siano seppellite fino alle spalle, gli uomini invece fino alla vita. Se durante il supplizio, che avviene normalmente il venerdì nello stadio dopo la partita, riescono a liberarsi, ottengono la grazia, poiché quella è stata la volontà di Allah. Eventualità che può riuscire agli uomini, impossibile alle donne.

DECAPITAZIONE

Tempo di sopravvivenza: 1-2 minuti

Metodo usato in base al quale la testa del condannato viene staccata dal corpo per mezzo di una spada. Lo shock provocato alla colonna vertebrale dovrebbe provocare l’immediata perdita dei sensi, ma possono rendersi necessari parecchi colpi per provocare il distacco della testa. In Arabia Saudita, nei casi che le autorità ritengono più seri, può essere prevista la crocifissione dopo l’esecuzione.

CROCIFISSIONE

Tempo di sopravvivenza: incalcolabile

Il condannato viene inchiodato a polsi e caviglie ad una croce e lasciato morire fra atroci sofferenze.

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La pena di morte nello Stato Vaticano

 

Fa una certa impressione, eppure la pena di morte nella Città del Vaticano è stata definitivamente cancellata solo undici anni fa, il 12 febbraio 2001. Giuridicamente legittima fino al pontificato di Woytila, la pena capitale uscirà infatti per sempre dalle mura vaticane solo con la revisione della “Legge Fondamentale”, l’equivalente della nostra Costituzione, firmata da Giovanni Paolo II. Pur non essendo mai stata applicata, vale la pena ricordare che la pena di morte nello Stato del Vaticano, prevista solo in caso di tentato omicidio del papa, appariva perfettamente legale dalla firma del Concordato al ’67, anno in cui, de facto, ma non de jure, Paolo VI provvedeva a renderla nulla. In ritardo di 20 anni rispetto alla legislazione italiana.

Del resto, in fatto di condanne in nome di Dio, la Chiesa aveva una solida tradizione, se si pensa che, tra impiccagioni e taglio della testa, lo Stato Pontificio, tra il 1796 e il 1870, era arrivato al record di 527 esecuzioni, un vero primato per Mastro Titta, “il boia di Roma”. Iniziate col cappio e lo squartamento di Nicola Gentilucci in quel di Foligno e finite con la decapitazione di tale Agatino Bellomo. L’ultima ghigliottina dello Stato Pontificio.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/il-vaticano-e-la-pena-di-morte-abolita-11-anni-fa/190864/

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“Nessuno tocchi Caino”

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Nessuno tocchi Caino è una lega internazionale di cittadini e di parlamentari per l’abolizione della pena di morte nel mondo. E’ un’associazione senza fine di lucro fondata a Bruxelles nel 1993 e costituente il Partito Radicale Transnazionale.

Il nome è tratto dalla Genesi. Nella Bibbia non c’è scritto solo “occhio per occhio, dente per dente”, c’è scritto anche: “Il Signore pose su Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato”. Nessuno tocchi Caino vuol dire giustizia senza vendetta.

La presentazione del Rapporto 2012 di Nessuno tocchi Caino “La pena di morte nel mondo” si svolge oggi, venerdì 3 agosto 2012 alle ore 11,30 presso la sede dell’Associazione, in via di Torre Argentina 76, a Roma.

Il Premio “L’Abolizionista dell’Anno 2012”, promosso da Nessuno tocchi Caino quale riconoscimento alla personalità che più di ogni altra si è impegnata sul fronte dell’abolizione, è conferito quest’anno al Presidente della Sierra Leone Ernest Bai Koroma e verrà a lui consegnato a Roma in ottobre, in occasione della Giornata Mondiale contro la pena di morte.

Fonte: http://www.nessunotocchicaino.it/chisiamo/index.php?idtema=20029

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La campagna per una moratoria universale della pena di morte è una proposta di sospendere l’applicazione della pena di morte in tutti i paesi appartenenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite. È stata ratificata dall’Assemblea generale con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti il 18 dicembre 2007.

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Intanto oggi, accade che..

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TOKYO  – Il boia è tornato al lavoro questa mattina in Giappone con due impiccagioni, le prime disposte dal nuovo ministro della Giustizia, Makoto Taki. Nel totale, ricorda una nota del ministero, sono cinque i condannati alla pena capitale giustiziati sotto il governo del premier Yoshihiko Noda, presidente del partito Democratico (DpJ). Le ultime impiccagioni, ben tre, risalgono al 29 marzo scorso, a seguito del decreto firmato dall’allora Guardasigilli Toshio Ogawa, che chiuse una sorta di moratoria di 20 mesi.

I condannati sono stati giustiziati questa mattina a Tokyo e Osaka, ha spiegato il ministero della Giustizia. Si tratta, secondo i media locali, di Junya Hattori, 40 anni, condannato per lo stupro e l’omicidio nel 2002 di una studentessa di 19 anni il cui corpo è stato bruciato in un cantiere, e di Kyozo Matsumura, 31 anni, ritento colpevole dell’uccisione a gennaio 2007 di due familiari nelle prefetture di Kyoto e di Kanagawa. Con le ultime esecuzioni, il numero di detenuti nel braccio della morte in Giappone è sceso a quota 130. Taki, ministro della Giustizia da giugno, aveva già messo in chiaro in una sessione parlamentare che non avrebbe esitato a emettere l’ordine di esecuzione se lo riteneva necessario. Il Giappone, con gli Usa, è l’ultima tra le democrazie più industrializzate a prevedere nell’ordinamento e a ricorrere alla pena di morte, provocando spesso proteste da parte dei governi europei e delle organizzazioni che difendono i diritti umani. Amnesty International Japan, ad esempio, ha espresso oggi il più “profondo disappunto per quanto accaduto”, ha commentato con l’ANSA, il segretario generale, Hideki Wakabayashi. “Soprattutto – ha aggiunto – se si considera che nel 2011 non ci sono state esecuzioni: è veramente un peccato che il governo dei Democratici di Noda non riesca ad allinearsi alle dominanti orientamenti internazionali, visti da ultimo i passi in avanti sul tema fatti anche da Paesi come la Mongolia”. In Giappone, in base agli ultimi sondaggi, i favorevoli al mantenimento della pena capitale superano l’85%.

Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2012/08/03/Giappone-boia-torna-lavoro-due-esecuzioni_7284463.html

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Lo spettacolo della morte

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È dal 2006 che “Interviste prima dell’esecuzione”, dell’Henan Legal Channel, è tra i programmi televisivi più seguiti della Cina. Anche quaranta milioni di spettatori il sabato sera, quando Ding Yu, un’avvenente giornalista plurilaureata, intervista i condannati a poche ore dall’esecuzione. Con serietà e compostezza prende da loro informazioni su film e canzoni preferite.

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« Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio »

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(Dei delitti e delle pene, cap. XXVIII)

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Il Disobbediente1 – © 03.08.2012

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