Un punto di vista “diverso” nel mezzo di tanta solidale ipocrisia.

 

Il Disobbediente1 – Il Disobbediente2 – © 31.08.2012

Bolognesu: in sardu

Il nuraghe di Seruci

Cosa c’entrano i minatori con la lingua e la cultura della Sardegna?

Leggetevi il magnfico intervento di Emiliano Deiana su FB:

“siamo tutti minatori” e la retorica del potere [E] (http://emilianodeiana74.blogspot.com/)

L’anno scorso era l’anno del “siamo tutti pastori”.

La fine del 2012 si annuncia come l’anno del “siamo tutti minatori”. Basterebbe certificare che la condizione del mondo agro-pastorale è la medesima di sempre e, senza essere nè voler essere particolarmente profetici, la condizione dell’impresa mineraria sarà quella che si trascina da vent’anni per dire che non mi iscrivo a queste banalità.

Nonostante il Presidente e i ventriloqui locali del Quirinale.

Sono stati vent’anni nei quali un’intera classe politica, lo dico senza avere nessuna tendenza grillesca – di destra, di centro, di sinistra e sindacale – ha costruito le proprie fortune e i propri soggiorni nelle stanze del potere.

Il dato, prima ancora…

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3 thoughts on “

  1. Condivido pienamente ,sono le stesse cose che dico da anni ma quando si toccano questi tasti apriti cielo ,sono anni che vedo operai che si portano l’acqua a casa( a cartoni) perche l’acqua gli spetta di diritto (si però durante l’orario di lavoro no da portare a casa)o chi si lamenta che dopo 5 anni di cassa lo richiamano a lavoro per la settimana di ferragosto e si incazza e minaccia che non si permettano più a fare una cosa del genere,chi fà la notte e la mattina lo vedi andare a lavorare per conto suo lavori edili per giorni di fila ( soffrirà di insonnia?)finisco qui altrimenti mi si fà il fegato ancora più amaro ,dopo 30 anni di lavoro artigianale oggi grazie a tutti questi meccanismi parassitari siamo allo sfascio e dire che solo di turismo potremmo avere un indotto di lavoro enorme (cazzo lavoro,lavoro parola che a qualcuno ormai fà venire il freddo)Buona fortuna a tutti.

  2. Due opinioni a seguire, Francesco Pigliaru e Gigi Riva.

    ” Sulcis, l’ultima sfida: ora soluzioni credibili “.

    L’angosce degli operai del Sulcis e le aspettative per un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie meritano il massimo rispetto.
    Ma soprattutto meritano il massimo impegno da parte delle istituzioni locali e centrali, oggi chiamate a proporre con urgenza soluzioni credibili, lontane dal balbettio demagogico a cui abbiamo spesso assistito.

    Carbosulcis e Alcoa rappresentano vicende decisive per il futuro dell’isola. Per quanto riguarda il carbone, il tema è presto riassunto.
    Nel 1996 il Corriere della Sera pubblicò un articolo che ebbe allora molta risonanza. Nell’articolo veniva ricostruita, con dovizia di dettagli, la lunga sequenza dei contributi pubblici concessi alle miniere.
    Già da allora la situazione era molto critica: i soli sussidi a fondo perduto concessi dallo Stato nel decennio 1985-1995 avevano superato i 900 miliardi di lire.
    Andrebbero aggiunti, per completezza, gli interventi diretti dell’Eni (250 miliardi nel 1985), i contributi concessi dalla Regione Sardegna in tutti questi anni, e l’impegno dell’Enel ad acquistare l’energia elettrica prodotta con il carbone del Sulcis a un prezzo di oltre il cento per cento superiore al normale costo di produzione dell’impresa elettrica.

    Valeva la pena di impegnare tutti questi soldi per tenere aperte produzioni sulla cui sostenibilità economica c’erano già allora fondati dubbi?
    Il fatto è che di fronte a emergenze di occupazione e di reddito, l’istinto italiano, sbagliato, è di esercitare un vero e proprio accanimento terapeutico a favore dell’impresa in crisi, anche quando le prospettive di mercato sono improbabili o nulle.

    Sono interventi che bruciano risorse pubbliche preziose e, creando false aspettative, consumano futuro.
    Quasi sempre sarebbe più saggio lasciare le imprese al loro destino e occuparsi invece dei lavoratori, sostenendo il loro reddito e accompagnandoli con servizi di qualità (orientamento e formazione, in primo luogo) verso una nuova occupazione.

    Per dare un’idea dell’ordine di grandezza degli sprechi che si generano per sostenere cause (imprenditoriali) dubbie, provate a immaginare cosa sarebbe successo se i soldi spesi per il carbone del Sulcis fossero stati attribuiti non all’impresa ma, appunto, ai lavoratori. Potenzialmente, ogni lavoratore avrebbe avuto a disposizione una dote iniziale di miliardo di lire, avrebbe potuto godere per vent’anni di una rendita mensile di circa 1400 euro, e a fine periodo il capitale iniziale sarebbe rimasto invariato.

    Tutto questo per sottolineare che una frazione di quei soldi così malamente spesi sarebbe stata sufficiente a finanziare interventi capaci di aiutare le persone a trovare nuova occupazione.

    Ma le lezioni del passato rimangono in gran parte inascoltate.
    Oggi come ieri, la ragione fondamentale all’origine della crisi delle miniere del Sulcis non si è modificata.
    E’ un carbone di scarsa qualità, ha troppo zolfo e costa troppo per poter essere utilizzato in modo economico, qualunque sia la tecnologia adottata.
    Si fa dunque fatica a capire perché le tecnologie di carbon sequestration, costose e incerte anche in contesti più favorevoli, ma richieste a gran voce qui in Sardegna, dovrebbero cambiare improvvisamente in meglio la situazione.

    Il caso Alcoa è simile.
    La Sardegna non produce bauxite e, persino con favorevolissime condizioni di costo (e non è questo il caso), sarebbe anti economico importare allumina ed esportare alluminio.
    Non c’è un mercato al mondo in cui questo accade.
    Mentre si discute di Alcoa, in Russia e in Arabia Saudita – dove esiste un costo dell’energia incomparabilmente più basso – realizzano impianti grandi 5 o 6 volte lo smelter di Portovesme, con enormi economie di scala capaci di ridurre ulteriormente i costi.
    Il problema supera i confini regionali: riduzioni importanti di capacità produttiva sono in programma in tutta Europa.

    Una classe politica seria dovrebbe dirsi e dire che ragioni strutturali e non di congiuntura impediscono che queste produzioni possano continuare a offrire un credibile futuro economico.
    Poi dovrebbe affrontare con urgenza il tema di cosa fare in alternativa.
    Nel Sulcis e per il Sulcis non mancano proposte ragionevoli e di buon senso. Nel territorio ci sono almeno due importanti attrattori in grado di creare occupazione diffusa e sostenibile: la straordinaria dotazione di bellezze naturali e la ricchezza della storia mineraria ( Geoparco ).
    In più, c’è un agro-alimentare di qualità che, come in gran parte della Sardegna, può crescere ben oltre il suo livello attuale. In altre parti del mondo, Europa compresa, risorse di questa qualità e dimensione sono state sufficienti a dare reddito, occupazione, benessere a grandi comunità territoriali.

    Non è facile ma si può fare anche da noi.
    Bisogna però capire questo: che la vera emergenza per il Sulcis non è una fabbrica che va via o una miniera che chiude.
    E’ invece una qualità delle istituzioni che oggi non dà garanzie sufficienti a coloro che devono affrontare le profonde e anche dolorose (socialmente ed economicamente) trasformazioni necessarie per raggiungere una nuova sicurezza economica.
    Chi li accompagnerà in quel percorso?
    Chi li orienterà, offrendo loro consulenze di certificata professionalità?
    Chi li aiuterà ad acquisire le competenze di cui hanno bisogno per diventare piccoli imprenditori o per essere assunti in una nuova, diversa impresa?
    Chi gli garantirà, e a quali condizioni, un reddito nel periodo di orientamento e formazione?
    Chi è in grado di sboccare le bonifiche per rendere credibile la prospettiva di un decente e sostenibile sviluppo basato sulla bellezza paesaggistica del territorio?
    Chi si occuperà, e come, e con quali tempi, di semplificare la vita a chi vorrà investire nel Sulcis?

    I territori che hanno gestito con successo crisi profonde sono stati in grado di dare risposte positive a tutte queste domande.
    Le loro istituzioni hanno saputo adottare con decisione una prospettiva chiara e hanno evitato che si trasformasse in occasione di sprechi e di elargizioni a favore di interessi di parte.
    Governo, regione e autorità territoriali dichiarino subito, ognuno per il proprio ambito di competenza, come intendono garantire che i prossimi interventi straordinari a favore del Sulcis saranno ora più efficaci rispetto a quelli del disastroso passato: per esempio, in che modo intendono sbloccare la pluriennale vicenda di bonifiche finanziate ma mai effettuate? Quali correttivi adotteranno perché il parco geo-minerario si faccia davvero e diventi un credibile attrattore internazionale?

    E così via. “Cosa” fare è piuttosto ovvio. “Come” riuscire a farlo, come sbloccare resistenze e interessi di parte, no.

    Una migliore performance istituzionale è il passaggio obbligato e urgente per dare un futuro accettabile al Sulcis e all’intera Sardegna.
    In sua assenza, rimarremo incastrati in un su connottu senza alcuna prospettiva.
    ( di Francesco Pigliaru e Alessandro Lanza, fonte: La Nuova Sardegna, 31 agosto 2012, pp. 1-4 )

    “ FREGATI E SENZA FUTURO: I SARDI SONO DISPERATI ”

    Gigi Riva è sardo per scelta, per indole, per natura insulare e per storia. Non è importante che sia nato nel Varesotto.
    É sardo e basta: è arrivato nell’isola nell’aprile del ’62 vivendo la cosa come una punizione e non se n’è più andato.
    “ Ho capito che sarei rimasto – ha detto una volta – quando andavamo in trasferta a Milano e ci chiamavano pecorai. O banditi ”.

    Gigi Riva è sardo perché è il santo laico dell’isola, l’immaginetta che la gente appende accanto alla Madonna, perché il suo Cagliari, alla Sardegna, ha regalato nome e orgoglio quando ancora non l’aveva.
    È sardo e parla da sardo di questa estate in cui i nodi del falso sviluppo stanno venendo al pettine: dalle fabbriche alle miniere fino alla campagna. Quando lo chiamiamo, dice subito: “Non voglio fare interviste”.
    Poi capisce quale sarà l’argomento e parte da solo perché anche con 67 primavere addosso è ancora “Rombo di Tuono”, il soprannome che gli diedi il simpatetico Gianni Brera:

    “Sono in Sardegna da cinquant’anni e una situazione di questo genere non l’ho mai vissuta.
    Basta farsi un giro per strada a Cagliari per capire: vedi i negozi che non lavorano e nelle vetrine solo i cartelli affittasi.
    Qui vivono anche i miei due figli e tre nipoti e le dico che la situazione non ha vie d’uscita”.

    Non le sembra di essere troppo pessimista?

    Questa situazione non ha una via d’uscita: troppe famiglie sono senza lavoro, senza mangiare.
    Oggi se ne accorgono anche in regione e dicono di voler intervenire, ma la verità è che non hanno i mezzi.
    È una marea che monta: le fabbriche e i negozi che chiudono, è troppo tardi…

    Non ha nessuna speranza nel futuro?

    Ma mica è solo il Sulcis che è in crisi…
    E l’Alcoa e la Vinyls a Porto Torres e i pastori e il commercio?
    É spaventoso.
    Chiudono e basta e questa gente non ha più niente nonostante che, per anni e anni, pur di avere un posto e uno stipendio se n’è andata a lavorare dentro queste fabbriche pericolose, velenose.
    Ecco cosa hanno fatto i sardi per poter lavorare.

    Ma di chi è la colpa di questa situazione?

    É una cosa che nasce da lontano, da quando c’era la cosiddetta ‘Rinascita della Sardegna’ ( il Piano di rinascita è del 1962, ndr ) e hanno regalato soldi a questo e quell’altro: gente che veniva qui portandosi dietro macchinari usati e facendoseli pagare per nuovi.
    E adesso si vedono i risultati.

    Quindi che succederà in Sardegna?

    Lo ripeto: è una situazione delicata e pericolosa perché c’è troppa disperazione e i sardi li vedo decisi.
    Poi non vengano a dire che sono un popolo di banditi, perché questa gente, ai tempi della rinascita, è stata presa per il culo mentre si regalavano miliardi a imprenditori del continente e stranieri.

    Potrebbe intervenire il governo, magari, fare investimenti nell’isola.

    Ma che devono fare?
    Se almeno nel Paese ci fossero risorse… e invece c’è la crisi.
    Lo vede?
    Anche questo governo è già incasinato: i politici non possono nemmeno aspettare di vedere che risultati porta che già vogliono tornare al potere. Sono abituati a mangiar bene e non possono rinunciare nemmeno al dolce.
    Anche la regione ha presentato dei progetti per il rilancio delle industrie.
    Cappellacci, il presidente, è una brava persona, io lo conosco, posso dire che è un mio amico, ma è stato messo lì.
    Come tutti i politici sardi, d’altronde, che sono solo impiegati di quelli del continente.
    Sono convinto che se potesse fare qualcosa, lo farebbe, ma non può, è troppo tardi.

    E allora?

    Nelle scuole bisognerà ricominciare a dire ai bambini che la Sardegna è collegata con tutta Europa e bisogna andare a prendere il lavoro dove c’è, in Portogallo, in Germania o in Lussemburgo.
    Succederà come quando, molti anni fa, andai con un mio amico a Seui, un paesino, e c’erano solo vecchi perché i giovani lavoravano fuori.

    E la stampa?
    Come si occupa della Sardegna?

    I giornali benestanti mettono la notizia, dicono che c’è la crisi, ma non la spiegano, non la trattano.
    Non ne hanno bisogno.

    ( di Marco Palombi, fonte: Il Fatto Quotidiano )

  3. P.S.
    La Regione detiene il 100% della Carbosulcis: l’azienda nel 2011 ha contabilizzato passività per 25/26 milioni €.
    La Regione aveva stanziato 35 milioni, dalla vendita del carbone se ne sono introitati 9 milioni soltanto.

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