Laida Bologna: 30 anni di anarchia

Scrivere oggi dei Nabat forse è fuori tempo, ma non fuori luogo.. perché ancora oggi, a trent’anni dal loro grido “Combattere per vivere, potere nelle strade”, forse è ancora così..

Curiosando in rete ho trovato questo scritto a cura di Wu Ming 1 che racconta oggi quanto sia ancora attuale ieri..

 

Premesso che non vedevo la band live dal 1994 (almeno, mi pare fosse il 1994, comunque subito dopo la prima reunion);
premesso che, a quanto mi dicono, rispetto ad altre esibizioni recenti (come il rabbioso e già leggendario concerto di Ginevra della settimana scorsa, con gente venuta da Parigi per intervistarli, e Roddy Moreno degli Oppressed rimasto a bocca aperta) quello di ieri sera a Ponticelli era tutto sommato un gig “rilassato”;
premesso tutto questo, secondo me i Nabat una line-up così non l’hanno mai avuta in 30 anni di onorata carriera. Fanno mangiare la polvere a orde di band ben più famose e celebrate.

Steno canta molto meglio di trenta, venti o dieci anni fa. Yu Guerra a fare la seconda voce dà un innegabile valore aggiunto. Il ritorno di Ricky/WM5 (unico altro membro originale, benché assente dalla primissimissima formazione) ha riavvicinato la band allo spirito degli esordi. La sezione ritmica è impeccabile, e c’è questo batterista argentino (il più giovane del gruppo) che ha un “tocco” precisissimo e al tempo stesso una “pacca” da paura. Sembra uno che risolve equazioni dietro un muro di suono. Da quel che ho capito, studia percussioni al conservatorio, e si sente: mette nel sound dei Nabat qualcosa di vibrante, quasi fosse un batterista jazz.

Steno è un animale da palco, è lo zio Fester di cui il rock ha bisogno. Il palco è in mezzo al prato della Casona e *non è illuminato*, ma Steno – come il suo quasi-sosia della famiglia Addams – può accendere lampadine semplicemente mettendole in bocca, e le lampadine sono i testi delle canzoni, alcune delle quali (gira che ti rigira) fanno il loro sporco lavoro dal 1981.

La gente poga sul prato bagnato. Padri quarantenni che pogano insieme ai figli pre-adolescenti skinelli o punkettini! Queste scene non si vedevano, quand’ero ragazzo io. E ci sono molte più donne, ad abbassare il testosterone… Ha ragione WM5: “Man mano che il punk diventa ‘folk’, musica popolare, diventa sempre più trans-genere e trans-generazionale”, e ha ragione anche Gigo degli Impact (il primo gruppo HC che ho visto dal vivo, nel lontano 1987), che si è guardato intorno e ha detto: “Sembra una festa de l’Unità di quelle di tanti anni fa”.
E Janz degli Impact: “A rivedere suonare i Nabat, devo dire che mi sono un po’ commosso”.

[Un inciso: parlare coi miei concittadini Gigo e Janz ha commosso un po’ anche me. Quand’ero ragazzino, loro erano più grandi di cinque-sei anni e già titolari di una band famosa nel circuito punk internazionale. Erano delle specie di idoli. Per chi non li conosce, ecco il sito ufficiale degli Impact: http://www.impact-hc80.com/ ]

Detto questo, dopo i 40 è comunque saggio star lontani dal pogo. E’ pur vero che i Nabat del nucleo storico vanno ormai per i 50, ma loro stanno sul palco. Io, se mi prendo una scarponata nella schiena, passo a letto la prossima settimana, e poi chi lo traduce più Stifenching?

Rimbomba Un altro giorno di gloria, canzone scritta per il quartiere operaio di S. Donato, inno agli eroi che si alzano la mattina e fanno un lavoro di merda.
Sentire Scenderemo nelle strade e pensare che siamo nel 2011, beh, tutto questo connette a una *tradizione*: “N-Oi! non siamo cambiati! / N-Oi! non siamo pentiti!”.

Man mano che faccio la cronaca del concerto via Twitter, gente lontana comincia a commentare, a chiedere, a riportare versi dei pezzi come se stesse cantando insieme a chi è qui.

Ecco Italia degli sfruttati, introdotta da Steno con un discorso sul gilet di suo nonno (quello che indossa ora sul palco, a suo dire). Dice che la sua famiglia è originaria di questa zona della Bassa, e si è spostata a Bologna-città quando lui era piccolo. “Anche la nostra è una storia di emigrazione”, aggiunge con un sorriso sghembo.

Potere nelle strade: incisa per la prima volta nell’83 o giù di lì, e senti come risuona oggi, in tempi di rivolte popolari, tumulti, “acampadas”, dal Nordafrica alla Spagna, dal Belgio alla Grecia, fino ai presidi No TAV.

Ed ecco il mio tweet che ha avuto più successo ieri sera:
“I #Nabat insultavano Red Ronnie già nel 1980, se non prima. Vedi ben com’erano avanti!”
[Il nostro amico Philopat, nel 1981, ebbe l’onore di prendersi un calcio in faccia da Red Ronnie, lo racconta nel suo primo libro Costretti a sanguinare. Ieri sera, scherzando ma nemmeno tanto, si diceva che sarebbe ora di restituirlo, quel calcio!]

Arriva finalmente Laida Bologna.

Qui ci vuole l’aneddoto: svariati anni fa, due miei amici dormono in un ostello dell’ex-Jugoslavia. A un certo punto, uno domanda loro: “Where are you from?” e loro: “Bologna, Italy.” Il tipo si esalta e fa: “Bolonia? NABAT!!! Laida! Laida! gran Bolonia!” I Nabat sono un simbolo di italianità, come Pavarotti e Benigni.
Steno introduce il pezzo ricordando che fu ideato negli ultimi tempi della giunta Zangheri e inciso sotto la giunta Imbeni. “Ma Imbeni, rispetto a quelli che ci sono oggi, era davvero un gran signore. Una volta mi ha incontrato in Piazza Maggiore e mi ha salutato, pensa un po’!”.

Rapido accenno allo scandalo che ha coinvolto Delbono, poi al commissariamento del Comune, “e adesso c’è Merola”… Parte il pezzo, “MERDA PER ME, CARO ASSESSORE! MERDA PER ME, PRIMO CITTADINO!” e chiaramente non cantano “Im-beniiiii-i-i-no”, fanno solo “Eeeeeh, a-eeeeeh, e-a-eeeeh”, però verso la fine Steno vuole dedicare l’ultima strofa all’appena insediato Merola (“Ammazza, promosso sulla fiducia!”, commenta in tempo reale Giuliano Santoro su Twitter): “CONTRO DI TE! / VOGLIO LA TUA FINE! / CONTRO DI TE! / VOGLIO LA TUA FINE! / EEEEEH, A-EEEEH, E-A-EEEEH! A-EEEEH, E-A-EEEEH, A-EEEEH, E-A-EH!!!”

Ultimo pezzo (“Noooooooo!”, urla ritualmente il pubblico), Tempi nuovi, e cantano tutti. “Secoli di immondizia non / ci hanno ancora cancellato” e “Questo muro è alto ma / potremmo anche abbatterlo”.

La gente chiede il bis (Steno: “Abbiamo suonato un’ora e mezza, c’sa vliv dala vètta?“), poi rifanno tre pezzi del set.
Gran serata. Oi! Oi! Oi! Oi! Oi! Oi! Oi! Oi! Oi! Erano almeno 15 anni che non lo urlavo così. In omaggio a quel che fummo e siamo ancora, ero arrivato a Ponticelli in “alta uniforme” original: Ben Sherman, bretelle, Harrington, Levi’s 501 e Brogues. Mi sono addirittura ritrovato, alla veneranda età di 41 “berrette”, a chiacchierare con un quattordicenne sul numero di buchi consentito in un paio di anfibi: “Dodici va ancora bene, ma sei sul limite. Dieci sarebbe perfetto. Sopra i dodici, è da nazi. Lacci bianchi mai, li portano i nazi. Lacci neri o rossi. Tondi, non piatti. Almeno una volta era così. Adesso, forse, è tutto più lasco”.
Gran serata. Ogni tanto fa davvero bene.

 

La formazione attuale dei Nabat:

Steno – Voce

Riccardo Pedrini – Chitarra

Carlo “Genio” Curti – Basso

Fernando Ferrer – Batteria

 

Non solo per vecchi e attempati nostalgici..

http://www.youtube.com/watch?v=gKeEmXpSSqs

http://www.youtube.com/watch?v=NbjOewqPxvU

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OI!

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Il Disobbediente1 – © 03.11.2012

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