Per nutrirsi ci vuole energia, meglio se elettrica

 

 

Il grande bluff del fotovoltaico di Villacidro

 

– Cos’hai preparato oggi a pranzo, mamma?

– Corrente, figlio mio.

Oggi a pranzo Bobore, quarantatreenne disoccupato di Villacidro, invece della solita pastasciutta, mangerà energia elettrica. Sì, perché a Villacidro, tra fotovoltaico, biodigestori e, a breve, eolico, la produzione elettrica soppianterà ogni altra forma produttiva.

A chi sarà destinata tutta questa energia elettrica non si sa e, veramente, neanche ci interessa tanto saperlo.

Gli incentivi promuovono la produzione elettrica, mica quella agricola. E i villacidresi, o meglio, gli amministratori villacidresi, ben consigliati dalle capaci figure alla guida del consorzio industriale, sanno come risollevare le sorti di un’area, quella industriale appunto, in forte difficoltà.

Succede così che, in una fertile area agricola di dieci ettari che per secoli ha dato da mangiare a intere generazioni di famiglie villacidresi, -convertita ad area industriale dalle esigenze di modernità del territorio- invece delle pur sempre nobili installazioni produttive non più attrattive per gli investitori, sta vedendo la “luce” un imponente parco fotovoltaico di 5 megawatt di proprietà dell’ennesima società d’affari.

Un impianto di queste dimensioni, facendo due conti, frutterà al fortunato investitore almeno 3 milioni di € all’anno. L’investimento sarà ripagato in 5-6 anni, e per i successivi 15-20 garantirà reddito certo, senza far nulla; lascerà sul territorio, oltre ai danni, taluni irreversibili, due tetti fotovoltaici su due edifici comunali (valore inferiore ai 50.000 €) e, se tutto va bene, il 3% dei ricavi, ovvero meno di 100.000 € all’anno.

Dei posti di lavoro, costantemente millantati per opere di questo tipo, e che proprio i posti di lavoro portano a giustificazione per la loro realizzazione, meglio non parlarne: ci sono tre società al lavoro, una tedesca che si avvale di lavoratori stranieri e due sarde e in poche settimane realizzeranno l’opera. Poche settimane di lavoro per pochi operai e poi tutti a casa.

Risultato:

milioni di € di incentivi pubblici (almeno 60 milioni di € in totale) per la produzione elettrica dirottati oltremare;

10 ettari di fertile terra sottratti all’agricoltura per almeno vent’anni;

briciole per l’amministrazione comunale e il consorzio industriale;

zero benefici per la comunità e praticamente nessuna opportunità di lavoro e sviluppo per il territorio.

A detta del sindaco, che ha espresso parere favorevole per la realizzazione dell’opera: “almeno si produrrà energia pulita risparmiando petrolio”.

Peccato che l’energia “rinnovabile” prodotta in Sardegna e pagata da un prelievo del 20% dalle bollette elettriche di tutti gli italiani, non è quasi mai impiegabile per le seguenti ragioni:

1- la Sardegna è in sovrapproduzione elettrica, per cui gli impianti di produzione da fonti rinnovabili devono trascorrere parte del loro tempo disinseriti (pur ricevendo gli incentivi che gli spettano per contratto);

2- la rete elettrica sarda è obsoleta e non in grado di gestire adeguatamente la miriade di impianti che vi riversano energia;

3- non c’è nessun piano di dismissione degli impianti di produzione da fonti fossili che tranquillamente continuano a fare il loro lavoro e a inquinare.

Risultato: in un’epoca in cui la parola sovranità riempie le pagine dei quotidiani e dei mezzi d’informazione regionali, i nostri amministratori –ingenuamente, o forse complici- meglio non sanno fare che restare abbindolati di fronte alle vane promesse dell’affascinante forestiero di turno che promette un futuro prospero fatto di energia pulita prodotta standosene comodamente a casa. E in questo modo i soldi pubblici –di tutti noi italiani– vengono letteralmente bruciati al sole e invece di offrire opportunità contribuiscono a produrre ulteriori disastri economici, territoriali e sociali.

Al primo lestofante che si presenta -meglio se con una società il cui nome richiama i presunti fasti del passato sardo- si regala anche l’anima e, ciò che è pèggio, la nostra terra. Per la promessa di quattro soldi si lascia che certi mercenari ci portino via tutto, inclusi i sogni. Per un mero conto economico, fatto di pochi euro nel breve termine, si fanno andar via lorsignori con tutto il malloppo, incluso il nostro futuro. “Non abbiamo altra scelta”, ci raccontano, “…e comunque così ci garantiamo un po’ di sostegno”.

Da tempo abbiamo smesso di sognare, ma ciò non sarebbe tanto grave se non avessimo permesso di negare i sogni anche alle generazioni a venire.

Palmo a palmo il nostro territorio sarà compromesso irrimediabilmente e, frattanto, si parla di cultura sarda, senza capire che cultura è prima di tutto rispetto, salvaguardia e conservazione della terra che ci ospita.

Tutti oramai siamo in grado di ripetere come un mantra ciò che tutti i giorni ci viene propinato: che serve un nuovo piano di sviluppo e di rilancio economico, un piano ambientale e uno turistico; ma in verità pochi sono in grado di capire cosa sia realmente necessario fare, soprattutto quando è necessario fermarsi.

Quando avremo rinunciato anche all’ultimo pezzo di terra utile a quale tipo di sviluppo punteremo ? Che futuro ci programmeremo? Quello della valigia di carta per andare a lavorare al servizio del mercenario a cui sempre e ancora rendiamo grazie?

 

Fonte: http://www.progettocomune.info/index.php/approfondimenti-progetto-comune-idee-per-villacidro/ambiente/328-per-nutrirsi-ci-vuole-energia-meglio-se-elettrica.html

 

Il Disobbediente1 – © 07.11.2012

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