Haiti, tre anni dopo

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Son passati già tre anni dal devastante terremoto di Haiti che ha ucciso 217.000 persone e lasciato senza casa un milione e mezzo di abitanti.
Per più di un anno, l’attenzione dei media è stata elevata, ma come spesso accade, col passare del tempo, i riflettori si spengono, nonostante le condizioni degli haitiani non sia migliorata. In 360 mila vivono ancora nelle tendopoli  e i lavori sulle infrastrutture vanno a rilento.
Il New York Times in un articolo di dicembre, ha denunciato che a distanza di tre anni, è stata erogata solo la metà dei 13.34 miliardi dei fondi stanziati per la ricostruzione di Haiti, e che gran parte di questa somma è stata destinata a progetti “paralleli ( costruzione di un’autostrada, campagne per la prevenzione dell’HIV) invece di finanziare progetti di ricostruzione delle zone distrutte.

Come se non bastasse nel 2012, il governo haitiano ha spalancato la porta dell'”El Dorado” agli speculatori, come ben chiarisce il primo ministro Laurent Lamothe:

“Il nostro sottosuolo è ricco di minerali. Ora è venuto il momento di tirarli fuori.” “Haiti è aperta al business“.

Si stima che il valore dei giacimenti minerari racchiusi nel nord del paese sia di oltre 20 miliardi di dollari, cifra astronomica per un Paese povero come Haiti (oltre metà della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e gran parte del bilancio dello stato deriva dagli aiuti internazionali), ma nonostante questo patrimonio, solo una bassissima percentuale dei proventi derivati dallo sfruttamento delle miniere, andrà nelle casse dello stato.

Oltre al danno economico, la corsa all’oro sta producendo ingenti danni ambientali.

L’ente nazionale per le risorse minerarie, che dovrebbe monitorare il settore, non ha il budget e i mezzi per assicurarsi che siano rispettati gli standard  la corretta estrazione dei preziosi, e lo smaltimento dei reflui (per l’estrazione si utilizzano cianuro e arsenio).

A concludere il quadro della situazione ci pensa Mark Weisbort,che oggi in un’intervista ha puntato il dito sulla politica adottata dagli U.S.A.:

“Il Congresso degli Stati Uniti ha avuto la possibilità di sostenere gli agricoltori haitiani acquistando i loro raccolti , ma questa possibilità non è stata presa in considerazione.”

Nel suo discorso Weisbort accusa anche l’Onu di non aver voluto assumersi la responsabilità dell’epidemia di colera causata dalla mancanza di acqua potabile e servizi igienici adeguati.

Diffile immaginare quale sarà il futuro di questa terra, violentata dall’uomo e dalla natura.
L’unico augurio che si possa fare è che gli abitanti ritrovino quello spirito che ha permesso ad  Haiti di essere l’unico esempio nella storia del genere umano di rivoluzione vittoriosa di schiavi contro i padroni schiavisti.

Il Disobbediente2 – © 12.01.2013

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