Elezioni 2013: la Mafia è il partito trasversale..

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Fonte: http://www.infiltrato.it/notizie/italia/elezioni-2013-la-mafia-in-lista-trasversale-dall-avvocato-di-bontate-all-amico-di-messina-denaro

Scritto da Carmine Gazzanni

La mafia in lista? Trasversale: dall’avvocato di Bontate all’amico di Messina Denaro.

In periodo elettorale è lecito chiedersi: che ruolo giocheranno le mafie? Staranno a guardare oppure cercheranno di inserire “loro uomini” già da principio? A guardare le liste del Pdl, è forte il dubbio che si sia cercato realmente di superare possibili connivenze tra politica e mafia. Dalla Sicilia alla Campania fino in Calabria abbondano gli incandidabili per legami con le criminalità: dall’arrestato Luigi Cesaro, agli uomini fidati di Scopelliti, fino all’amico trapanese di Messina Denaro. Ma anche il Pd, in alcuni casi, non è da meno: spuntano “affiliati” democratici in Campania e Calabria. E comunque l’allerta deve rimanere alta, nell’anno in cui si è raggiunto il record di comuni commissariati per infiltrazioni mafiose.
“La politica ha bisogno della ‘ndrangheta e la ‘ndrangheta ha bisogno della politica”. Bisognerebbe stamparsela in mente questa frase pronunciata tempo fa dal pentito Rocco Varacalli. Soprattutto in questo periodo, caldo dal punto di vista politico, con le elezioni sempre più vicine. A guardare le liste dei candidati, però, sembra quasi che alcuni partiti – su tutti il Pdl – non abbia fatto più di tanto per evitare di incorrere, un domani, in scandali e intrecci poco leciti. Tanti gli indagati per mafia che spuntano nelle liste del centrodestra.
Qualche macchia, però, anche nel Partito Democratico con il caso paradossale (già affrontato da Infiltrato.it) della “camorra e anti-camorra” presentate da Bersani nella stessa circoscrizione, in Campania. Caso paradossale, però, anche in Calabria: tra tanti uomini del Pdl legati, secondo la magistratura, alla ‘ndrangheta, ritroviamo anche la candidatura della figlia di Antonio Scopelliti, giudice morto ammazzato prima del maxi processo su Cosa Nostra.
A prescindere da questo, però, l’allerta deve restare alta: le criminalità certamente non resteranno a guardare, dato che, come si legge nell’ultimo rapporto della DIA, “la vocazione imprenditoriale della criminalità organizzata” si realizza “attraverso un tasso di violenza marginale, preferendo, invece, l’incessante ricerca di latenti forme di partecipazione e accordo con settori della politica locale, dell’imprenditoria e della pubblica amministrazione”. Il che è tutto dire, soprattutto nell’anno dei ben 25 comuni sciolti per infiltrazioni mafiose.

FUORI COSENTINO, DENTRO CESARO. MA IL “CURRICULUM” È LO STESSO

La prova che l’esclusione di Nicola Cosentino non sia stata determinata da alcuna questione morale, sta nelle stesse liste degli uomini scelti dal duo Berlusconi-Verdini. Solo uno specchietto per le allodole, fumo negli occhi. Non potrebbe essere altrimenti se, sempre in Campania, campeggia su tutti il nome dell’ex presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro, il cui “curriculum” non è certo da meno a quello di Nick ‘o ‘Mericano: Cesaro ha alle spalle un arresto nel 1984 nell’ambito di un blitz contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo (condannato a cinque anni in primo grado, venne poi assolto per insufficienza di prove). Negli anni Novanta, però, la questione non cambia: in seguito allo scioglimento del comune di Sant’Antimo per infiltrazioni mafiose, i carabinieri di Napoli, in un’informativa, scrivono che Cesaro (allora assessore provinciale) “è solito associarsi a pregiudicati di spicco della malavita organizzata operante a Sant’Antimo e dintorni”. Anni duemila, stesso discorso. Nel 2008 a fare il suo nome è il collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo che indica in Cesaro “un fiduciario del clan Bidognetti” per la questione rifiuti (per intenderci, lo stesso clan legato, secondo i magistrati, ai Casalesi e al suo referente politico, Nicola Cosentino). E, infine, ecco l’ennesima inchiesta: dal 2011 è ufficialmente sotto indagine per i suoi rapporti con i Casalesi. Insomma, ha sostituito in toto Cosentino: nuovo referente politico del clan camorristico (secondo la magistratura) e nuovo coordinatore regionale del Pdl. Nick è stato completamente estromesso dall’ex amico Luigi, il quale, appunto, si candida alla Camera in seconda posizione: certa la sua nomina, dunque. Rimane però il dubbio irrisolvibile sul perchè uno, Cosentino, sia stato escluso e l’altro, Cesaro, premiato. Nonostante le grane giudiziarie siano pressappoco le medesime.

IL PD DELLA “CAMORRA E ANTICAMORRA”

Della vicenda Infiltrato.it si è occupato più a lungo pochi giorni fa: se in Campania Pier Luigi Bersani ha deciso di candidare la giornalista antimafia Rosaria Capacchione come prova eloquente dell’intenzione del partito di combattere le criminalità, stupisce che alla Camera lo stesso partito e lo stesso segretario abbiano deciso di candidare tale Massimo Paolucci, ex sub commissario per la gestione rifiuti. Stupisce perché è la stessa Capacchione a parlarne in un’inchiesta pubblicata a novembre 2011 su Il Mattino. Ecco il passaggio chiave di quell’articolo (mai smentito peraltro): “Fu in quei mesi del 2003 […] che gli uomini dello Stato incontrarono la camorra. Una riunione ufficiale, con i dirigenti del commissariato di Governo, e i commissari di Governo erano Massimo Paolucci e Giulio Facchi, che scesero a patti con un gruppetto di imprenditori in odor di mafia che quei buchi avevano disponibili”. Insomma, secondo la Capacchione, Massimo Paolucci avrebbe intavolato una vera e propria trattativa con “imprenditori in odor di mafia”. Strana sorta quella di essere, oggi, candidati nello stesso partito.

PDL: COSA NOSTRA È “COSA NOSTRA”

Nelle liste del Pdl ci sono praticamente tutti. Anche qui, infatti, vale lo stesso discorso fatto per Nicola Cosentino: l’esclusione di Marcello Dell’Utri non ha alcun valore se poi ritroviamo, tra i candidati al Senato, Antonio D’Alì, rinviato a giudizio per i suoi presunti rapporti con Matteo Messina Denaro, boss numero uno della mafia e superlatitante.

Secondo quanto riportato da Marsala.it , proprio oggi si discuterà “il procedimento nei confronti del senatore Antonio d’Alì: nell’ultima udienza il gup di Palermo, Giovanni Francolini, si è preso ulteriore tempo, riservandosi, per decidere sulla richiesta di sentire il collaboratore di giustizia Giovanni Ingrasciotta avanzata nella scorsa udienza dal Pm trapanese Andrea Tarondo. La decisione è slittata al 30 gennaio. (oggi, ndr) Intanto sono state ammesse sette parti civili che ne avevano fatto richiesta nelle precedenti udienze. Si tratta di una serie di associazioni come l’Antiracket trapanese – l’associazione antiracket marsalese, quella alcamese e quella di Castellammare del Golfo. Ammesso anche come parte civile il Comune di Castellammare del Golfo, l’associazione ‘Io non pago il pizzo e tu?”, il centro Pio La Torre e l’associaizone Libera contro tutte le mafie.”

Non ha alcun valore se poi ritroviamo lo stesso Silvio Berlusconi, per il quale, sebbene non sia mai stato ufficialmente rinviato a giudizio per mafia, sono ormai acclarati i rapporti nel passato con esponenti di spicco della criminalità siciliana. Basti leggere un solo passaggio della sentenza di Cassazione sui legami mafia-Dell’Utri: “è indubbio, e costituisce espressione del concorso esterno da parte dell’imputato nell’associazione criminale denominata Cosa Nostra […], il comportamento consistito nell’aver favorito e determinato – avvalendosi dei rapporti personali di cui già a Palermo godeva con i boss – la realizzazione di un incontro materiale e del correlato accordo di reciproco interesse tra i boss mafiosi e l’imprenditore amico (Berlusconi)”. Senza dimenticare, peraltro, tutti i pentiti che, nel corso del tempo, hanno fatto il nome del Cavaliere: Antonio Calderone, Filippo Alberto Rapisarda, Totò Cancemi, Francesco Di Carlo, Gaspare Spatuzza, Giovanni Ciaramitaro.
Non ha alcun valore, ancora, se troviamo, al secondo posto in Senato, proprio dietro Berlusconi, l’attuale presidente di Palazzo Madama Renato Schifani, recentemente archiviato dalla procura di Palermo che lo indagava per concorso esterno a Cosa Nostra. Sono però indubbi, perlomeno nel passato, i suoi rapporti con la mafia: fu proprio lui, infatti, a difendere a soli 33 anni l’uomo più ricco della mafia di allora, Giovanni Bontate, fratello del padrino Stefano. E poi, ancora, l’ex ministro dell’Agricoltura Saverio Romano: al leader del Cantiere Popolare è stata garantita la seconda posizione in Sicilia Occidentale, subito dietro Angelino Alfano. L’elezione del fedelissimo di Totò Cuffaro è dunque certa. Romano è stato di recente assolto per concorso esterno in associazione mafiosa, nel processo che in primo grado è stato celebrato con il rito abbreviato. Di lui, però, parla un pentito, Francesco Greco, secondo il quale Romano sarebbe stato sponsorizzato direttamente dall’ex boss Bernardo Provenzano. Senza dimenticare, ancora, Raffaele Lombardo: nonostante l’ex Governatore avesse detto di volersi ritirare in campagna, alla fine altro che Cincinnato. Mai avrebbe potuto esserlo. E infatti non lo è stato: candidato come capolista al Senato per l’MPA. Fa niente abbia sul groppone un processo per concorso esterno in associazione mafiosa.

CALABRIA: CHI PIÙ NE HA, PIÙ NE METTA. TANTO PDL, MA ANCHE PD

Era il nove ottobre scorso quando Anna Maria Cancellieri decide per lo scioglimento del comune di Reggio Calabria per infiltrazioni mafiose. È il primo caso per un capoluogo di provincia. Eppure non è servito a niente dato che Demi Arena – sindaco al tempo dello scioglimento – è candidato alla Camera in settima posizione (dietro a Domenico Scilipoti). Ad aver determinato lo scioglimento del comune, alcuni evidenti casi di connivenza con la ‘ndrangheta, già ai tempio di Giuseppe Scopelliti (che alla fine ha deciso di non candidarsi e restare Governatore). Si potrebbe citare il caso della Multiservizi spa, in pratica una joint-venture tra il comune e la cosca Tegano: come accertato con l’inchiesta Archi-Astrea diversi soci privati della municipalizzata – tra cui anche il direttore operativo Giuseppe Rechichi – erano in stretti affari con il boss Carmelo Barbaro, a sua volta pezzo da novanta della famiglia mafiosa Tegano. E poi i rapporti amicali, gli interessi, gli affari. Finanche parentele pericolose. È il caso di Massimo Pascale, ex segretario particolare di Scopelliti e ora capostruttura in Regione. O dell’ex assessore Luigi Tuccio. Entrambi – Pascale e Tuccio – sono cognati di Pasquale Condello, omonimo cugino del più noto Condello, detto il Supremo. Ci sono poi arresti, come quello dell’ex consigliere scopellitiano Dominique Suraci, punto di riferimento dei clan cittadini per la grande distribuzione: Suraci era gestore di ben sei supermercati che venivano regolarmente riempiti dalle ‘ndrine. I Tegano si occupavano di latte, formaggi e uova; i Lo Giudice fornivano gli imballaggi di plastica e cartone; i Condello la pasta fresca; i Caridi il pane. A ciascuno il suo. Infine gli incarichi ad hoc. È il caso, tra gli altri, di quello affidato ad Alessandra Sarlo, moglie del giudice Vincenzo Giglio, arrestato per i suoi rapporti con il clan Lampada dopo un’inchiesta della Procura di Milano.

Candidato, però, è anche Alberto Sarra, uomo fidatissimo di Scopelliti, capolista alla Camera con Grande Sud. Devastante il concetto che hanno di lui i pm di Milano che, riflettendo su personaggio politico Sarra, avevano scritto nell’ordinanza contro la famiglia Lampada legata alla cosca Condello: “Con un simile quadro ci si aspetterebbe che nessuno possa neppure pensare di intraprendere o proseguire una carriera nella gestione della cosa pubblica. Evidentemente si tratta di aspettativa ingenua. Per diversi anni Sarra costituirà uno dei principali punti di riferimento politico per i Lampada”. E ancora Antonio Caridi, quinto nella corsa per il Senato: il suo nome compare, oltre che nei verbali del pentito Giovanbattista Fracapane, anche nelle carte della Dda di Genova che stava indagando sulla cosca Raso-Gullace-Albanese.

Non bisogna poi dimenticare Antonio Gentile, senatore uscente e numero due nella lista per Palazzo Madama (dietro al Cavaliere): è stato accusato più volte di aver avuto l’appoggio elettorale della ‘ndrangheta alle politiche del 1992 (correva per il Psi), pur non essendo – è bene precisarlo – mai stato indagato. Anche l’ex sindaco di Cosenza Giacomo Mancini ha dichiarato che nel 1992 Antonio Gentile era scortato da un “nutrito stuolo di personaggi molto noti alla giustizia”. In effetti, il potere clientelare ed affaristico coltivato da Gentile sembrerebbe davvero enorme. Basta considerare quanto segue. Negli anni, in vari concorsi, fra i vincitori troviamo sempre parenti e amici di Gentile: alla Camera di Commercio di Cosenza su 12 vincitori ci sono anche Claudio Gentile, fratello di Antonio, e Massimiliano Manna, suo nipote; alla “PromoCosenza” e alla Calab (società entrambe collegate alla Camera di Commercio di Cosenza) viene assunta a tempo determinato Daniela Gentile, nipote di Antonio; all’Asl di Cosenza su 35 vincitori per dei posti di assistenti amministrativi troviamo Gentile Anna Rosa, Gentile Antonella, Gentile Katia, Gentile Manuela e Gentile Barbara, tutte figlie e nipoti. Di chi? Di Antonio, ovviamente.

Tra i presunti impresentabili spiccano anche consiglieri regionali pronti alle dimissioni per emigrare a Montecitorio. È il caso, ad esempio, di Candeloro Imbalzano, candidato con Grande Sud. L’1 aprile del 2003 il pentito Paolo Iannò, braccio-destro del superboss Pasquale Condello, depone nel processo “Comitato d’affari”. Rispondendo alle domande del pm Mollace, il pentito ha spiegato di aver dato con la sua famiglia il suo sostegno elettorale a Imbalzano: “Ho sempre militato nel vecchio partito socialista, mio zio Paolo era amico del dott. Marino, il direttore del manicomio. Attraverso lui conobbi Nicola Argirò, l’ex presidente delle case popolari. Poi conobbi Giovanni Palamara (ex assessore regionale, ndr) e Giovanni Sculli dell’ex Iacp. L’ultima volta il sostegno l’abbiamo dato a Candeloro Imbalzano”. È bene però precisare anche qui che la deposizione di Iannò non ha portato mai ad alcuna indagine su Imbalzano. Anche perché lo stesso magistrato Mollace, di recente, è stato tirato in ballo da un pentito di mafia come colluso ed è finito nell’inchiesta “Assenzio”, riguardante proprio gli affari del consigliere comunale “scopellitiano” Domenique Suraci.

Spunta, però, anche il presunto incandidabile democratico. Al quinto posto per la Camera, infatti, troviamo Demetrio Battaglia. Sebbene non sia mai stato iscritto nel registro degli indagati, per l’attuale consigliere regionale sembrerebbe valere il detto “talis pater, talis filius”. Se infatti il padre ha ricevuto la misura di prevenzione per mafia, lui stesso figurava nel decreto di scioglimento del Comune di Reggio per le infiltrazioni della criminalità organizzata nel 1992. Il colonnello Angiolo Pellegrini, già collaboratore del giudice Borsellino, poi capo della Dia di Reggio Calabria, in un’aula di Tribunale a Reggio ha ricordato: “Nel 1989 Giorgio De Stefano ha sostenuto l’elezione dell’avvocato Demetrio Battaglia”. Da 21 anni Giorgio De Stefano, appartenente dell’omonimo clan mafioso, è stato arrestato e condannato.

CALABRIA: COSA CI FA IN QUESTO MARASMA LA FIGLIA DEL GIUDICE MORTO AMMAZZATO?

Stiamo parlando di Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonio Scopelliti ucciso nel 1991 alla vigilia del maxi processo a Cosa Nostra. Sarà candidata proprio nel partito dove, checché se ne dica, abbondano impresentabili legati alla criminalità. Seconda in lista per la Camera con il Popolo della Libertà. Un leggero stupore è più che giustificato. Soprattutto perché, stando a quanto dichiarato direttamente dalla Scopelliti, sarebbe stato proprio il Governatore calabrese (e abbiamo ricordato poco prima il suo passato) a proporle la candidatura e a convincerla: “Pare che il mio nome sia in posizione apicale. Per me è un onore ed un onere ancora più grande. Questo significa che l’impegno del governatore Scopelliti e quello del Pdl a voler concretamente accelerare questo percorso virtuoso di cambiamento è dimostrato concretamente nei fatti e non soltanto a parole”. Che dire: anche se, viste le premesse è difficile possa esserci questa svolta, la speranza è l’ultima a morire. Sempre.

OCCHI APERTI: SE NEL 2012 SONO STATI 25 I COMUNI SCIOLTI PER MAFIA

6 in Campania (Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Gragnano, Pagani, San Cipriano d’Aversa), 11 in Calabria (Bagaladi, Briatico, Bova Marina, Careri, Mileto, Mongiana, Nardodipace, Platì, Reggio Calabria, Samo, Sant’Ilario dello Jonio), 5 in Sicilia (Campobello di Mazara, Misilmeri, Racalmuto, Salemi, Isola delle Femmine). Ma anche uno in Liguria (Ventimiglia) e due in Piemonte (Leinì e Rivarolo Canavese). Più, infine, il primo capoluogo, Reggio Calabria. Totale: 25 comuni sciolti per infiltrazioni mafiose. Non è un record, ma poco ci manca da quello del 1993 con 31 comuni. Nei due decenni successivi non si è mai superato il numero di 10-15 comuni commissariati all’anno (ad esempio 14 nel 2006, 4 nel 2007, 9 nel 2008, 11 nel 2009, 4 nel 2010 , 6 nel 2011). La situazione, dunque, è profondamente drammatica. Troppo spesso le pubbliche amministrazioni scendono a patti con le criminalità. Alcuni di questi comuni, addirittura, sono arrivati al secondo o terzo scioglimento: stiamo parlando di realtà tradizionalmente dominate dalla criminalità, come Casapesenna o Casal Di Principe.

Il numero dei comuni attenzionati, peraltro, cresce se teniamo conto che a quelli sciolti nel 2012 vanno aggiunti i 5 del 2011 e ancora commissariati. Tre in Calabria: Corigliano Calabro, Marina di Gioiosa Jonica, Roccaforte del Greco. Uno in Sicilia, Castrofilippo. E Bordighera in Liguria. Oltre all’Azienda sanitaria provinciale di Vibo Valentia. Senza dimenticare, ancora, che ci sono anche altri comuni tenuti pesantemente sotto stretto controllo e, per i quali, è altissima l’allerta in questo periodo elettorale. In totale, sono altri 14 comuni. Tre in Campania: Giugliano, Quarto e Torre del Greco. Uno in Puglia, Manduria. Dieci in Calabria: Ardore, Cardeto, Casignana, Gerocarne, Montebello Jonico, San Calogero, San Luca, Siderno, Taurianova, Rende.

Il discorso, peraltro, è bipartisan. Se infatti nel caso di Leinì, di Ventimiglia, di Bordighera o di San Cipriano D’Aversa la giunta sciolta era di centrodestra, a Misilmeri (Palermo) il sindaco era in forza Udc, mentre a Recalmuto (Agrigento) e a Campobello di Mazara (Trapani) l’amministrazione era guidata dal Pd.

Il quadro che ci si offre partendo dai comuni sciolti per mafia è decisamente indicativo. Da Nord a Sud, dal centrodestra al centrosinistra, dal Pdl al Pd passando per l’Udc, la mafia cerca l’appoggio politico. Così come, troppo spesso, la politica cerca l’appoggio mafioso (vedi il caso Zambetti). Il 2012 è stato forse l’anno in cui le criminalità hanno attecchito maggiormente in territori prima “vergini”. A riprova di quanto detto la mole di comuni sciolti e le tante inchieste giudiziarie. Ecco perché bisognava certamente fare qualcosa in più per evitare anche solo la possibilità, anche solo il dubbio che ci si possa ritrovare a parlare di voti di scambio o di compravendite mafiose. I nomi, infatti, non fanno ben sperare.

Il Disobbediente1 – © 02.02.2013

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